Dibattito Trump-Biden, l’ultima parte è la più inquietante

La parte di dibattito tra Trump e Biden che quest’ultimo dovrebbe interessare e preoccupare il mondo. Per la prima volta nella storia americana, un candidato, o meglio un presidente in carica, indica chiaramente prima del voto che non è affatto scontato che accetterà il risultato. Tra le notizie imprecisate dei ballottaggi, ovviamente votato per Trump, ritrovato in un unico paniere di un unico stato e senza senso su frodi già in corso, Trump in pratica ha detto quello che nelle pagine del Corriere abbiamo temuto settimane fa: la possibilità di paralisi del meccanismo elettorale fondamentale che governa la democrazia americana. Non concedere la vittoria sarebbe una novità assoluta nella storia americana più recente. Una tragica novità. Perché si sarebbe svolto in un clima di estrema radicalizzazione, il cui dibattito era uno specchio preoccupante e angosciante. E avverrebbe nel cuore di una doppia crisi globale, dettata dalla pandemia e dalle sue devastanti conseguenze economiche e sociali. Se l’America si bloccasse, se i sostenitori di Trump, ora organizzati in milizie, prendessero posizione per proteggere a tutti i costi il ​​loro presidente, il mondo, a cominciare dai mercati, fibrillerebbe pericolosamente.

Trump ha attaccato Biden direttamente, a testa alta (qui il blob del dibattito presidenziale). sembrava cercare un voto contrario. Sicuramente una strategia vincente quando si viene arrestati, più difficile da mantenere quando si è nello Studio Ovale da quattro anni. Si è congratulato con se stesso, tra bugie palesi e omissioni lampanti, al punto da affermare sfacciatamente che non c’è mai stato un presidente che abbia fatto quello che ho fatto io. Con tutto il rispetto per Washington, Lincoln, Roosevelt e molti altri più recenti. Sono tra quelli, ci sono articoli dell’estate 2015 a testimoniare, che predicevano la vittoria di Trump alle primarie repubblicane e la sua elezione alla Casa Bianca.

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Ma ora qualcosa non va. Penso di aver visto tutti i dibattiti presidenziali televisivi. In inciso il famoso Kennedy – Nixon e il contemporaneo cosciente di tutto ciò che segue, da Ford – Carter ad oggi. Non ho mai visto uno spettacolo come quello di ieri sera. è stato trasmesso un combattimento e Trump ha mostrato aggressività sin dall’inizio questo potrebbe certamente galvanizzare i suoi sostenitori più estremi, ma appare, come presidente in carica, più un’espressione di debolezza che di sicurezza. Al contrario, Trump è arrivato al dibattito dimostrato dalle rivelazioni del New York Times sui suoi conti fiscali e sulla confusione, al limite del diniego, con la quale ha affrontato la pandemia che sta scuotendo l’America. Biden, come previsto, non ha mai sottratto il colpo, nonostante la ricchezza di argomentazioni e la vulnerabilità dell’avversario che aveva a disposizione. Apparentemente la televisione non ha le sue dimensioni. La scelta più efficace è stata quella di rivolgersi spesso, con i suoi occhi e le sue parole, direttamente agli spettatori piuttosto che al suo avversario. Ma si capiva che non era calmo, non ne era sicuro. Nonostante questo, secondo un sondaggio della CNN, sei spettatori su dieci hanno vinto la sfida. Non detto, perché non dovremmo mai fidarci dei sondaggi. La Clinton è stata ritenuta vincitrice anche negli scontri televisivi con Trump, ma poi, nonostante il primato nel voto popolare, ha perso la presidenza.

C’è qualcosa di più complesso nel voto americano. Tuttavia, alla fine del confronto, resta la sensazione di un presidente costretto ad attaccare violentemente il suo sfidante, ad utilizzare una tecnica aggressiva, eccessivamente aggressiva. E incapace persino di condannare il suprematismo bianco e le sue teorie estreme. Un altro fatto che distingue il modesto dibattito di martedì sera dal resto è la totale assenza di politica estera. Come se gli Stati Uniti si fossero ora chiusi nella loro tana, “l’America prima”, e avessero deciso di abdicare al ruolo di leadership del mondo occidentale. La globalizzazione, i nuovi equilibri geopolitici, la rivoluzione tecnologica, la trasformazione del lavoro e delle classi sociali, l’istruzione sono rimaste completamente lontane dalle grida e dagli insulti che hanno oscurato la notte di Cleveland.

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Sono emerse due Americhe, forse mai così inconciliabili come lo sono oggi. Dovrebbe anche far riflettere i teorici sul superamento delle differenze di valore e di politica. Ma i suoi stati d’animo si facevano sentire, più delle idee, più dei programmi. Più convulsioni che sogni. L’impressione è quella di un paese in bassoparalizzato dalla politica e dai toni estranei alla sua tradizione. Con buone notizie. L’inchiesta del New York Times e il modo oggettivo in cui è stato condotto il dibattito da un reporter di Fox, un network vicino a Trump, ci conferma che la stampa americana resta, in larga misura, un fattore di equilibrio democratico.

La domanda da cui siamo partiti rimane, resa più acuta dall’esplicita ammissione di Trump nell’ultima parte del dibattito. Può l’America avere un presidente debitamente eletto in cinque settimane? Se l’esito delle tendenze elettorali non è scontato, e no, quello che dovrebbe preoccupare tutti nel mondo è il rischio di una crisi democratica in questo Paese. Se questo accade, le conseguenze, per la vita di tutti noi, potrebbero essere davvero drammatiche.

30 settembre 2020 (modifica il 30 settembre 2020 | 11:41)

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