Innalzamento del livello del mare: quanto sono salite le acque e quali aree rischiano di più

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L’innalzamento del livello dei mari è uno degli indicatori più chiari della crisi climatica in corso. I dati scientifici raccolti negli ultimi decenni mostrano un’accelerazione costante del fenomeno, con conseguenze dirette per milioni di persone che vivono lungo le coste. Un tema che riguarda anche l’Italia, Paese con oltre 8.000 chilometri di litorale e un patrimonio costiero di enorme valore ambientale, economico e culturale.

Secondo la NASA, dal 1993 il livello medio globale del mare (GMSL) è aumentato di circa 10 centimetri (100,4 millimetri). Il dato più preoccupante non è solo l’aumento in sé, ma la sua velocità: il tasso annuo di crescita è più che raddoppiato in trent’anni, passando da 2,1 millimetri l’anno nel 1993 a 4,5 millimetri nel 2023.

Se questa tendenza dovesse proseguire, nei prossimi trent’anni il mare potrebbe salire di altri 17 centimetri. E secondo gli scenari climatici più severi, entro la fine del secolo l’incremento potrebbe superare il metro, arrivando addirittura a 3 metri nelle ipotesi peggiori.

Perché il livello del mare sta aumentando così rapidamente

L’aumento è strettamente legato al riscaldamento globale, causato in larga parte dalle emissioni di anidride carbonica (CO₂) e altri gas serra prodotti da attività industriali, trasporti e produzione energetica.

Tre i principali fattori individuati dagli scienziati:

Scioglimento di ghiacciai e calotte polari

Le temperature più elevate accelerano la fusione dei ghiacci in Groenlandia e in Antartide. I satelliti Sentinel-6/Michael Freilich, GRACE e GRACE-FO hanno permesso di quantificare il fenomeno.

In Groenlandia si perdono in media 263 gigatonnellate di ghiaccio all’anno dal 2002. Complessivamente, sono state perse circa 5.800 gigatonnellate. Per ogni 360 gigatonnellate di ghiaccio sciolto, il livello del mare aumenta di circa 1 millimetro.

In Antartide la perdita è stimata in 133 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, per un totale di circa 2.600 gigatonnellate dal 2002. Qui si trova anche il ghiacciaio Thwaites, spesso definito “ghiacciaio dell’Apocalisse”: un suo collasso completo potrebbe innescare un innalzamento di oltre 3 metri nei prossimi secoli.

Espansione termica degli oceani

Gli oceani assorbono la maggior parte del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale. L’acqua calda si espande, aumentando il volume complessivo degli oceani. Tra il 2005 e il 2019 l’espansione termica ha contribuito per circa 1,3 millimetri l’anno all’innalzamento.

Interventi umani sul territorio

Attività come il pompaggio delle falde acquifere, la costruzione di dighe e la gestione delle risorse idriche modificano il bilancio dell’acqua che finisce negli oceani.

Il ruolo del cambiamento climatico globale

Secondo l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), la temperatura media globale è già aumentata di circa 1,1-1,2 °C rispetto all’epoca preindustriale, avvicinandosi alla soglia critica di +1,5 °C.

Gli studi del Goddard Institute for Space Studies (GISS) indicano che il riscaldamento si è intensificato a partire dal 1975, con un aumento medio di 0,15-0,20 °C per decennio. Ogni decennio è risultato più caldo del precedente, e gli ultimi anni sono stati i più caldi mai registrati.

In questo contesto, l’innalzamento del mare appare inevitabile nei prossimi decenni, anche in presenza di riduzioni significative delle emissioni.

Le aree del mondo più colpite

L’innalzamento del livello del mare non è uniforme. Correnti oceaniche, subsidenza (sprofondamento del suolo), movimenti tettonici ed erosione costiera determinano differenze regionali marcate.

Pacifico occidentale e isole a rischio

L’area più colpita è il Pacifico occidentale, dove l’aumento varia tra 6 e 10 millimetri l’anno, rispetto a una media globale di 3,4 millimetri.

Paesi come Filippine, Indonesia, Papua Nuova Guinea, Isole Marshall, Kiribati e Tuvalu hanno registrato incrementi tra 10 e 20 centimetri negli ultimi vent’anni. Gli atolli corallini, situati a pochi metri sopra il livello del mare, sono particolarmente vulnerabili.

Nell’Oceano Indiano, le Maldive stanno progettando la costruzione e l’innalzamento di isole artificiali per contrastare l’erosione e le inondazioni, in un’operazione ingegneristica complessa e costosa.

Europa e Mediterraneo

In Europa, l’area dove il fenomeno cresce più rapidamente è il Mar Baltico, con un incremento medio di 4,8 millimetri l’anno tra il 1993 e il 2022.

Nel Mediterraneo orientale si sono registrati aumenti tra 6 e 8 centimetri. Il Delta del Nilo, complice la subsidenza, ha visto crescite medie di circa 20 centimetri.

Stati Uniti e Asia meridionale

Significativi aumenti (8-12 centimetri) sono stati registrati in Bangladesh, India orientale e Sri Lanka. Negli Stati Uniti sud-orientali – in particolare Florida, Carolina del Sud e New Jersey – negli ultimi vent’anni il mare è salito tra 8 e 16 centimetri, anche a causa dell’abbassamento del suolo e delle variazioni della Corrente del Golfo.

L’Italia tra le aree vulnerabili

Anche il nostro Paese è esposto. Le zone più a rischio, in caso di un aumento superiore ai 3 metri, sono quelle dell’Alto Adriatico tra Veneto ed Emilia-Romagna. Venezia rappresenta il simbolo della fragilità costiera italiana, tanto che il sistema MOSE è stato realizzato proprio per proteggere la laguna dalle acque alte.

Ma il rischio riguarda anche la Pianura Pontina nel Lazio e tratti di costa in Toscana, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. In un Paese dove turismo balneare, portualità e attività produttive costiere hanno un peso economico rilevante, l’impatto sarebbe significativo.

Cosa si sta facendo per contrastare il fenomeno

La misura principale resta la riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la transizione energetica e la decarbonizzazione dei settori più inquinanti.

Tuttavia, anche con politiche climatiche ambiziose, l’NASA sottolinea che l’innalzamento continuerà ancora per decenni. Per questo molti Paesi investono in opere di adattamento: barriere mobili, sistemi di difesa costiera e protezione degli ecosistemi naturali come dune, mangrovie e barriere coralline, che fungono da scudi naturali contro le mareggiate.

Una sfida globale con ricadute locali

L’innalzamento del livello del mare è una delle conseguenze più tangibili del cambiamento climatico. I numeri mostrano un’accelerazione chiara e costante. Limitare i danni è ancora possibile, ma richiede scelte politiche e investimenti strutturali immediati.

Per l’Italia, come per molte altre nazioni costiere, la posta in gioco non è solo ambientale, ma anche economica e sociale. Il tempo per intervenire si sta riducendo, mentre le acque continuano a salire.

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